Quando si parla di inquinamento olfattivo?

L’inquinamento olfattivo è una forma di inquinamento atmosferico che causa disagi all’ambiente e alla qualità della vita. Nonostante spesso sia stato, in passato, una forma di inquinamento atmosferico che restava ai margini nel dibattito ecologico, esso era e rimane un problema attuale.

I cattivi odori, infatti, compromettono le attività quotidiane negli ambienti interessati e nei luoghi aperti in qui le sostanze inquinanti sono presenti.  Parliamo di composti solforati inorganici (H2S e SO2) e organici (mercaptani), di composti azotati inorganici (ammoniaca) e organici (ammine). Poi ci sono anche composti ossigenati (alcoli, aldeidi, esteri) e composti organici volatili.

Quando sono presenti in ambiente in concentrazione superiore alla soglia olfattiva, ciascuno di questi ha un odore caratteristico. Ad esempio, i mercaptani hanno un odore di “cavolo in decomposizione”, l’H2S di “uova marce”, le ammine un odore pungente di “pesce in decomposizione “.  Fortunatamente le soglie olfattive di questi composti corrispondono a concentrazioni inferiori alle soglie di pericolo per la salute umana.

Questa ultima caratteristica del fenomeno odorigeno deve essere sfruttata per permette all’essere umano di mettersi al riparo per tempo. Per esempio, citiamo il composto SO2: il suo valore limite di esposizione per 8 ore per la salute (TLV/TWA) è pari a 2 ppmV. Mentre la soglia olfattiva è nell’intervallo 0,04 ppmV-16 ppmV. Pertanto, rilevare l’SO2 in concentrazioni confrontabili con le soglie olfattive permetterebbe di evitare eventuali danni che potrebbero insorgere in presenza di concentrazioni più alte. Il biossido di zolfo (SO2), infatti, danneggia i polmoni e contribuisce a sviluppare non solo malattie respiratorie ma anche cardiovascolari. In particolare, questo irritante polmonare, se in alta concentrazione, danneggia gravemente i soggetti asmatici o a rischio COPD (malattie polmonari ostruttive croniche). È importante conoscere le fonti di SO2.

Ecco dove trovare fonti di biossido di zolfo:

In primo luogo, gli stabilimenti industriali emettono anidride solforosa nell’aria, soprattutto se consideriamo le industrie di petrolio e gas. Successivamente ci sono gli impianti navali, le industrie di fusione dei metalli e le fabbriche di carta. Naturalmente tutte le attrezzature che bruciano combustibili ad alto contenuto di zolfo contribuiscono all’inquinamento olfattivo. Ma ci sono anche fonti naturali, come i vulcani o gli incendi boschivi.

inquinamento olfattivo

Nelle aziende il problema può essere gestito in modo responsabile. Oggi ci sono numerosi strumenti affidabili e tecnologie avanzate per valutare gli odori, il loro impatto ambientale e soprattutto l’effetto sull’uomo. La soluzione più efficace sarebbe di limitare le esposizioni nei momenti di maggiore inquinamento. Di certo anche ridurre le fonti interne è una soluzione! Parliamo di fumo di tabacco, fiammiferi e stufe a gas non ventilate.

Ci sono normative sull’inquinamento olfattivo?

La risposta è che, in Italia gli odori non erano normati a livello nazionale fino al mese di dicembre del 2017. Nonostante rappresentino uno degli impatti ambientali più importanti, in ragione della loro notevole ricaduta sulla qualità della vita dei soggetti esposti. Esattamente il 19 dicembre del 2017 è la data a partire dalla quale vige nel nostro “Testo Unico Ambientale” il nuovo art. 272-bis. Esso introduce una possibilità per la normativa regionale e per le Autorità Competenti, di prevedere misure di prevenzione e limitazione per le emissioni odorigene.

In particolare, vengono studiati i punti di origine degli odori e la loro dispersione. Ogni regione si occupa di stabilire dei metodi di misura e di contenimento, che sono fattori molto importanti nella regolazione del problema. Le stime prodotte dai modelli di dispersione considerano non solo gli scenari attuali, ma anche futuro. Questo serve a determinare le aree che saranno interessate dal fenomeno in futuro e a prevedere l’impatto di una struttura prima che venga realizzata. In questo modo tutte le azioni per ridurne le impatto vengono attuate in anticipo. Le Regioni, quindi, possono autorizzare o meno le attività che prevedono emissioni odorigene e questa norma può, ovviamente, avere risultati positivi, ma anche negativi!

Le tecniche utilizzate per il monitoraggio degli odori sono essenzialmente di tre tipologie. Ci sono: una metodologia analitica (metodi gascromatografici), metodi sensoriali (olfattometria dinamica come previsto dalla UNI EN13725:2004) e la tipologia senso-strumentale (IOMS volgarmente detti “nasi elettronici”). Riguardo gli IOMS (Instrumental Odour Monitoring Systems), in qualità di partner tecnologici, abbiamo partecipato alla realizzazione di un prototipo. Il modello, su cui crediamo fermamente per gli sviluppi futuri, ha riscontrato risultati sperimentali incoraggianti.

I disagi della Valle umbra

La zona in cui è stato segnalato il più alto livello di inquinamento olfattivo è la parte meridionale della Valle umbra. In questa zona ci sono numerosi problemi legati a diverse situazioni. Ad esempio, nelle acque dei fiumi non vengono rispettati i livelli minimi vitali e liquami e inquinanti vengono gettati nelle acque. I maggiori inquinanti presenti sono nitrati e trielina. In queste zone, quindi, è necessario un controllo più accurato e interventi immediati per ristabilire la qualità dell’aria, oltre che delle acque. L’inquinamento olfattivo danneggia anche la produzione agricola della zona, quindi ha effetti negativi anche sull’economia della regione. Questo è un perfetto esempio di quanto detto in precedenza: il controllo delle regioni sui loro territori non è sempre efficiente per limitare l’inquinamento olfattivo. Pertanto, non resta che aspettare normative nazionali per la gestione del problema.

Fonti: https://www.ansa.it/umbria/notizie/assemblea_informa/

https://www.healthlinkbc.ca/healthlinkbc-files/sulphur-dioxide

https://web-ded.uta.edu/cedwebfiles/eti/OP_Fact_Sheet/CAA/so2inair.pdf

Foto: https://www.arpa.umbria.it/

https://pixabay.com/it/

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